L’ArcheoForno: memorie di una Greca.

In un mercatino ho trovato un piccolo volume di cucina greca degli anni 70, un altro reperto archeologico per la mia collezione di editoria culinaria dimenticata.
Tralasciando l’odissea del libro e di come sia arrivato a Roma; della coppia italiana in viaggio di nozze nella Grecia degli anni 70 che lo ha comprato sul banchetto subito a destra del Partenone; del viaggio di ritorno in traghetto con a poppa Koufonissi e a prua le braccia spalancate verso il futuro accarezzati dal vento (e spiati in lontananza dal giovane guardone sul ponte che sarebbe diventato un famoso regista commercializzando il loro momento ); dell’unto fra le pagine accumulato negli anni, note a margine di anniversari nostalgici a base di moussakà, fra figli e nipoti e ingombranti ricordi di spiagge nudiste e relativa teoria sull’amore libero. Il motivo per cui ho comprato questo libro è dovuto esclusivamente alla strana scelta editoriale di usare il minuscolo in copertina.
Cucina Greca
All’inizio l’ho imputato ad una ingiustizia maschilista verso un’autrice timida e riservata, una voce di donna non ancora emancipata nell’industria del libro degli anni 70. Ma leggendolo con più attenzione, la lucida distanza con cui la scrittrice accenna alle tradizioni rurali e alle consuetudine borghesi dei pasti, mi ha convinto dell’esatto contrario.
Ma allora perché la signora Chrissa Paradissis ha scelto di firmare il libro in minuscolo?f
Non ho un’opinione su Expo 2015, non potrei mai senza averla prima visitata.
Probabilmente sarà un’esperienza formativa senza eguali, ma per ora l’abbinamento cibo e scienza mi è antipatico a pelle.
Tutta questa storia poi, di quanti saremo nel 2050 e che ci mangeremo anche le pietre col ketchup se ce le cucina Cracco, non la sopporto.
Mi chiedo cosa ne pensa oggi la Paradissis, mi domando se è in giro per Expo a sentirsi in colpa per le porzioni troppo abbondanti del pranzo, o a sfondare le vetrine di un McDonald’s a colpi di souvlaki in segno di protesta.
Poi penso al minuscolo dei caratteri di copertina e mi sento pervadere da un senso di rassicurante romanticismo, ne capisco finalmente il senso immaginando un’epoca non troppo lontana in cui il cibo non era così importante da meritare le lettere capitali: un tempo di piatti buoni senza evento, di confetture senza marca da riportare a casa fra conchiglie e sassolini di vetro, di ricordi arrostiti e fumanti senza giro d’affari, confusi dalle usanze di un’isola accogliente ed un mare limpido.
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Fra poco al mercato arriveranno le ciliegie, meglio seguire i consigli di Chrissa e fare qualche marmellata in più, prima che in nome del bisogno del pianeta, Oscar Monsanto Farinetti se le compri tutte.

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L’ArcheoForno: la grande abbuffata del ’59.

Durante gli scavi della metro C, in zona San Giovanni, è stato scoperto il più grande bacino idrico della Roma imperiale. In una vecchia anfora, fra tavole lignee e punte di frecce, è stato rinvenuto, in ottimo stato di conservazione, anche un numero de “La cucina Italiana“.

1959a
Lo strano reperto, datato Dicembre 1959, è oggi causa di forte imbarazzo tra le fila della Confederazione Nazionale Archeologi Professionisti (CNAP). Da accurati studi, risulterebbe che qualcuno tra gli archeologi incaricati nel ’59 dello studio di fattibilità del percorso della vecchia metro A, non solo avrebbe taciuto il ritrovamento del sito, ma fosse solito usarlo come nascondiglio segreto dove isolarsi dalla famiglia e dedicarsi alle proprie torbide passioni. Una vera doppia vita, ed i sospetti della confederazione cadono oggi su un ormai 80enne studioso di fama internazionale, che per dovere di privacy chiameremo Indiana Choux.
Qualche anno fa il sig. Choux attirò l’attenzione della comunità scientifica internazionale (e un non celato imbarazzo del governo), quando in vista della pensione, lasciò alla famiglia diritti e proventi delle sue pubblicazioni, e fuggì ad Amsterdam per aprire un piccola pasticceria. Una passione fino ad allora oscura, che mette oggi in nuova correlazione diversi misteriosi manufatti, tutti rinvenuti in importanti scavi in cui il sig. Choux ha partecipato in 60 anni di onorata carriera. Un antico Talismano della Felicità ritrovato in una stanza segreta nella Piramide di Cheope; un numero di Sale e Pepe calcificato fra le rovine di Petra; un poster di Antonella Clerici incastonato nella parate di un antro sacrificale nel tempio di Selinunte.
Ad incriminare l’archeologo è stato però un memorabile cenone di capodanno.
Nella notte di San Silvestro del 1959, il Sig. Choux diede prova delle sue superbe abilità culinarie, imbastendo un’opulenta tavolata di dolci per amici e colleghi. Croquembouche, panettone fritto, budino piemontese, arance in gelatina: proprio gli stessi dolci contenuti nel numero riaffiorato dalle macerie, i cui aromi ancora impregnati fra le pagine unte, si sono sprigionati nell’aria al primo sfogliare della rivista, risvegliando i ricordi dei fortunati archeologi che furono ospiti del banchetto.

1959croqtorta natalizia  arance in gelatina

1959f

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L’ ArcheoForno

Nei mercatini di mezzo mondo, nascoste fra vasi Luigi Filippo e servizi d’argento spaiati, putrefatte tra inquietanti teste di bambole e claudicanti soldatini di stagno, schiacciate sotto pile di cartoline e sinistri vinili jazz, giacciono morte ogni anno migliaia di ricette dimenticate.
Sepolte nelle pagine ingiallite di vecchie riviste o dilaniate in grossi volumi tarlati, riposano inermi le burrose idee dei redattori del secolo scorso, comunemente detto il tempo d’oro dell’editoria.
Un’era antica, dove pur di riempire le mille pagine di concetti patinati, si scriveva qualunque cosa. E così in ogni rotocalco di rispetto, fra la piccola posta e l’oroscopo, subito dopo il cruciverba, sorgeva sempre orgogliosa l’ultima ricetta dell’estate, la dolce novità di questo Natale, la rivoluzione piccante dalla Spagna.
Gelosamente custodita nel taccuino della massaia, tramandata di pianerottolo in pianerottolo, inventate di sana pianta o consigliata dallo chef, raramente buona, ma sempre imbevuta del miraggio della scoperta e della novità, la mitica ricetta inseguiva settimanalmente fiera il sogno comune dell’Aspic perfetto.
Domenica scorsa a Porta Portese, il mercato delle pulci romano, in un cimitero di volumi a fascicoli e inserti, anch’io ho deciso di credere nel sogno: troverò il Sacro Graal della pasticceria Europea.
Il dolce perbene. L’intuizione geniale di un cronista appena assunto, in una casa editrice nazionale di metà secolo, che a corto d’idee baratta le dosi segrete della nonna per un pizzico di celebrità. E che ancora oggi, sepolto nell’oblio del suo pseudonimo femminile, pazientemente aspetta di essere riscoperto tra le rovine dell’impero editoriale e, finalmente, amato.

I primi risultati dai recenti scavi:
Guida alla cucina esotica insolita erotica.
A cura di E. C. Izzo. Sugar Editore. Novembre, 1964.
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