L’ArcheoForno: la grande abbuffata del ’59.

Durante gli scavi della metro C, in zona San Giovanni, è stato scoperto il più grande bacino idrico della Roma imperiale. In una vecchia anfora, fra tavole lignee e punte di frecce, è stato rinvenuto, in ottimo stato di conservazione, anche un numero de “La cucina Italiana“.

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Lo strano reperto, datato Dicembre 1959, è oggi causa di forte imbarazzo tra le fila della Confederazione Nazionale Archeologi Professionisti (CNAP). Da accurati studi, risulterebbe che qualcuno tra gli archeologi incaricati nel ’59 dello studio di fattibilità del percorso della vecchia metro A, non solo avrebbe taciuto il ritrovamento del sito, ma fosse solito usarlo come nascondiglio segreto dove isolarsi dalla famiglia e dedicarsi alle proprie torbide passioni. Una vera doppia vita, ed i sospetti della confederazione cadono oggi su un ormai 80enne studioso di fama internazionale, che per dovere di privacy chiameremo Indiana Choux.
Qualche anno fa il sig. Choux attirò l’attenzione della comunità scientifica internazionale (e un non celato imbarazzo del governo), quando in vista della pensione, lasciò alla famiglia diritti e proventi delle sue pubblicazioni, e fuggì ad Amsterdam per aprire un piccola pasticceria. Una passione fino ad allora oscura, che mette oggi in nuova correlazione diversi misteriosi manufatti, tutti rinvenuti in importanti scavi in cui il sig. Choux ha partecipato in 60 anni di onorata carriera. Un antico Talismano della Felicità ritrovato in una stanza segreta nella Piramide di Cheope; un numero di Sale e Pepe calcificato fra le rovine di Petra; un poster di Antonella Clerici incastonato nella parate di un antro sacrificale nel tempio di Selinunte.
Ad incriminare l’archeologo è stato però un memorabile cenone di capodanno.
Nella notte di San Silvestro del 1959, il Sig. Choux diede prova delle sue superbe abilità culinarie, imbastendo un’opulenta tavolata di dolci per amici e colleghi. Croquembouche, panettone fritto, budino piemontese, arance in gelatina: proprio gli stessi dolci contenuti nel numero riaffiorato dalle macerie, i cui aromi ancora impregnati fra le pagine unte, si sono sprigionati nell’aria al primo sfogliare della rivista, risvegliando i ricordi dei fortunati archeologi che furono ospiti del banchetto.

1959croqtorta natalizia  arance in gelatina

1959f

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Mater Panettorum

Prima Parte.
In una nuova ordinanza comunale il sindaco Ignazio Marino ha proibito a Roma la produzione di Panettone fatto in casa. Si legge nella nota capitolina: “Le energie dissipate nei precari tentativi dei pasticceri della domenica creano alla città un danno d’immagine e un collasso economico tale da preoccupare le risorse del comune.”
Ancora una volta a questo povero sindaco è lasciato il compito di gestire un’emergenza impopolare, e, anche se intervenire sull’immaginario natalizio potrebbe causarne la sconfitta definitiva, come umanamente dargli torto. Sapete quanti pasticceri amatoriali si uccidono ogni anno dopo aver tentato con il panettone?
Spinto dall’affetto verso quella soffice montagna di uvetta non ho resistito e la settimana scorsa mi sono iscritto alla lezione monografica di Rita Monastero.
Chef (o come dice lei: cheffa) che amo e che, appena arrivati a lezione, ci ha accolto con l’odore più delizioso e avvolgente che si possa immaginare: quello del panettone a lievitazione naturale appena sfornato.
Profumo di cedro e vapori di festa che, al taglio della fetta, si sono sollevati dagli alveoli ben lievitati e intrecciati al dolce sapore arioso in una complicatissima maglia di piacere. E’ lo stesso concetto godurioso dell’anguria. Tagli una fetta, dai un morso al centro, ma invece di inzupparti di succo zuccherino la faccia, il tuo naso si immerge nell’odore del buono per tradizione.
Tutta questa gioia è durata però solo un attimo. Ubriaco di nozioni, fermentato di speranza, con i feromoni canditi in circolo e un vasetto di lievito madre di 120 anni ricevuto in dono dalla cheffa, nei 4 giorni successivi alla lezione ho tentato la drammatica impresa.
Sì, un dolce così buono, è semplice solo in apparenza.
La lievitazione di una massa pesante esige un lievito madre stressato e un impasto ben lavorato: ci vogliono ben tre giorni per realizzare il panettone perfetto, quattro se in balia di condizioni ambientali sfavorevoli o attacchi d’ansia.
Inutile girarci intorno, è stato un disastro.
A pochi minuti dalla fine delle 72 ore di questo processo, il mio panettone, complice un’apertura del forno troppo repentina, si è sgonfiato. Il vero inferno non è stato però la massa informe di pesante composto profondo giallo nel forno, ma proprio quell’odore amico, una volta buono e sognante e ora malvagio e impietoso, che ha permeato la casa e mi ha sbeffeggiato per tutta la settimana, intento solo ricordarmi del disastro e a stimolarmi l’appetito.
Caro diabolico argentiano dolce, malefico incubo, perfido amico, ti avverto: sono troppo caparbio e troppo goloso per arrendermi.
Panettone
Panettone: 400 calorie ogni 100gr.
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L’ ArcheoForno

Nei mercatini di mezzo mondo, nascoste fra vasi Luigi Filippo e servizi d’argento spaiati, putrefatte tra inquietanti teste di bambole e claudicanti soldatini di stagno, schiacciate sotto pile di cartoline e sinistri vinili jazz, giacciono morte ogni anno migliaia di ricette dimenticate.
Sepolte nelle pagine ingiallite di vecchie riviste o dilaniate in grossi volumi tarlati, riposano inermi le burrose idee dei redattori del secolo scorso, comunemente detto il tempo d’oro dell’editoria.
Un’era antica, dove pur di riempire le mille pagine di concetti patinati, si scriveva qualunque cosa. E così in ogni rotocalco di rispetto, fra la piccola posta e l’oroscopo, subito dopo il cruciverba, sorgeva sempre orgogliosa l’ultima ricetta dell’estate, la dolce novità di questo Natale, la rivoluzione piccante dalla Spagna.
Gelosamente custodita nel taccuino della massaia, tramandata di pianerottolo in pianerottolo, inventate di sana pianta o consigliata dallo chef, raramente buona, ma sempre imbevuta del miraggio della scoperta e della novità, la mitica ricetta inseguiva settimanalmente fiera il sogno comune dell’Aspic perfetto.
Domenica scorsa a Porta Portese, il mercato delle pulci romano, in un cimitero di volumi a fascicoli e inserti, anch’io ho deciso di credere nel sogno: troverò il Sacro Graal della pasticceria Europea.
Il dolce perbene. L’intuizione geniale di un cronista appena assunto, in una casa editrice nazionale di metà secolo, che a corto d’idee baratta le dosi segrete della nonna per un pizzico di celebrità. E che ancora oggi, sepolto nell’oblio del suo pseudonimo femminile, pazientemente aspetta di essere riscoperto tra le rovine dell’impero editoriale e, finalmente, amato.

I primi risultati dai recenti scavi:
Guida alla cucina esotica insolita erotica.
A cura di E. C. Izzo. Sugar Editore. Novembre, 1964.
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Like a Cheesecake

Il POP è morto? Non lo so, ma ce la stanno mettendo tutta.
La verità è che questa storia di Suor Cristina mi sta ossessionando. Oggi attraversando la città per andare a lavoro ho contato le suore. Ben 63. Di cui 20 maschi.
Ed anche se non sono superstizioso, non è mai un bel modo di cominciare la giornata.
Io vivo a Roma, città assediata dalle ambizioni sfrenate delle tuniche nere: uomini e donne a caccia di fama che rinunciano a tutto pur di raggiungere il sogno di diventare papi. Ad oggi potevamo ancora difenderci dal loop felliniano di figurini neri che invadono la capitale alzando al massimo il volume dell’autoradio e cantando a squarciagola qualcosa di così perverso da far evaporare le acquasantiere di San Pietro. Ma la fame di papismo ha ceduto il passo a nuove forme di celebrità, ed ora che Suor Gaga è riuscita ad abbattere le ultime difese immuno-peccaminose del pop, il futuro sarà costellato di apocalittici successi: Bertone sarà giudice al prossimo X Factor, Bagnasco sarà il protagonista tatuato in Medjugorje Shore e a Ruini verrà affidato il compito di riedificare i Black Sabbath.
Questa sera, nella speranza di non veder mai Papa Francesco impastare tagliatelle paglia e fieno alla Prova del cuoco, a me non resta che infornare la mia Lemon Sandwich Cheesecake.
Perché se il pop è davvero in agonia, se i metallari vanno a messa ed i seminaristi in discoteca, io posso ancora ribellarmi rifungiandomi nell’ultimo peccato libero dalle ingerenze della chiesa, la gola.1
Ingredienti per 4 coppapasta da circa 10 cm di diametro di Lemon Sandwich Cheesecake.

Per la base:
-250 gr. di biscotti secchi (tipo digestive)    -150 gr di burro
-120 gr di zucchero di canna
Mettere nel mixer i biscotti con lo zucchero di canna e sminuzzare tutto finemente. Sciogliere il burro ed amalgamare poco alla volta ai biscotti fino ad ottenere un composto omogeneo.

Per la crema:
-400gr di formaggio fresco    -100gr di zucchero    -100gr di uova
-1 tuorlo  -70gr di panna    -15gr di amido di mais
-1bacca di vaniglia    -1 limone    -un pizzico di sale
In un recipiente sbattere velocemente le uova, Io zucchero e Ia vaniglia. Aggiungere il formaggio poco per volta ed amalgamare bene. Sempre mescolando aggiungere il succo del limone, un’abbondante manciata di zeste, l’amido, il sale e per ultima la panna liquida.
Procedimento:
Su una teglia ricoperta di carta forno adagiate i 4 coppapasta imburrati. Con la base biscotto create un fondo omogeneo all’interno delle forme. Riempite poi i coppapasta per ¾ della loro altezza ed infornate a 160 gradi per 45 minuti. Levate dal forno le cheesecake e fate intiepidire, poi scoppetate il contenuto.
Intanto in un’altra teglia stendete il biscotto rimasto in unica sagoma con lo stesso spessore che avete usato per i dolci e infornate per 15 minuti sempre a 160 gradi. Estraete la base, fate raffreddare bene e con i coppapasta ritagliate i 4 top del vostro sandwich. Impiattate e decorate a piacimento.2

Cheesecake: 400 calorie ogni 100gr.
Calorie bruciate scrivendo questo post: 1.